L’albero di Riccardo

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Albero di Riccardo

Quando l’anno scorso in tanti mi hanno chiesto com’era sentirsi babbo alla soglia dei cinquant’anni, l’unica cosa che sapevo rispondere era che non lo sapevo. Non ero pronto, pensavo di esserlo, ma non lo ero per niente. Il turbinio di emozioni che mi ha assalito era ben oltre ogni mia aspettativa.

Ad un anno di distanza, non è cambiato molto.

Certo ho potuto metabolizzare molte cose, mettere un po’ d’ordine in quel casino di pensieri e di avvenimenti che sono passati di qui, ma non ho ancora ben chiare tante cose.

La mia vita è incasinata come prima, anzi di più, i problemi non sono diminuiti per niente. Ma quando arrivo a casa la sera, o quando mi sveglio al mattino, e quei due occhioni mi guardano e sorridono solo per me, è come se tutto si sciogliesse come neve al sole, e i problemi immediatamente scivolano via, dal corpo e dalla mente.

Non potrò seguirlo a lungo, già lo so, e questo è forse il cruccio maggiore, ma potrò cercare di dargli tutto quanto sia in mio potere per farlo crescere nel modo migliore, per difenderlo da qualsiasi cosa, con tutte le mie forze.

Sua mamma ha piantato un alberello, l’albero di Riccardo. Io che non conoscevo questa usanza  l’ho presa pure un po’ in giro sul momento, più che altro per le possibilità che l’alberello, poco più di un rametto, potesse superare l’inverno.

Ora il rametto, un ciliegio per la precisione, in mezzo alle rose, in un metro quadrato di terriccio vicino al posto macchina, ha buttato le prime foglie e pure qualche gemma.

Nel frattempo io ho cambiato idea, le ho chiesto scusa, e la sera lo annaffio pure io.

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